L'Arenario
IT EN
Coda

(Coda) Alla voce

Ascolta · 1 / 11
(Coda) · Alla voce (1/11)
0:00 / 0:53

Centotrentasette anni dopo la caduta, un questore romano di trentun anni cercava una tomba tra i rovi, fuori le mura, e in tutta Siracusa non trovò un solo uomo capace di indicargliela.

Si chiamava Marco Tullio Cicerone, e non era ancora nessuno. Aveva chiuso un anno di questura a Lilibeo occupandosi di grano — il più umile dei mestieri che Roma affidasse ai suoi giovani ambiziosi — e prima di ripartire volle vedere Siracusa, di cui a Roma si parlava come di una meraviglia sepolta sotto il proprio bottino. Chiese del sepolcro del grande geometra. La maggioranza dei siracusani non sapeva di che parlasse. Qualcuno negava perfino che fosse mai esistito un sepolcro: gli onori che la città aveva votato a chi l’aveva difesa erano finiti, dicevano, come tutto il resto, nel sacco.

Camminò per una città che un tempo era stata, dicevano perfino i conquistatori, la più grande delle greche e la più bella di tutte, e che adesso portava il saccheggio come una vecchia porta i gioielli di un tempo migliore — ancora al suo posto, ma slabbrati, spenti, un poco storti sulle spalle. I quartieri restavano tutti: l’isola stretta nel suo abbraccio d’acqua, la città alta, i teatri, le mura che salivano fino alle alture. Mancava soltanto, pensò Cicerone camminando, la memoria di chi li avesse fatti grandi prima che diventassero soltanto grandi da vedere.

Cicerone non si arrese a quella vergogna condivisa — la vergogna di un popolo che smette di ricordare chi lo ha reso degno di essere ricordato. Uscì da una porta della città, verso le tombe antiche allineate fuori le mura come denti in una bocca vecchia, e cercò non un nome ma una figura: gli avevano detto che sulla colonna erano incise una sfera dentro un cilindro1, e sotto, alcuni versi ormai illeggibili, mangiati dalla pioggia e dal tempo.

La trovò tra i rovi di more che nessuno tagliava da decenni, piccola, quasi affondata nella terra. Scostò le spine con le mani, si dice — e io ci credo, perché è il solo gesto degno della scena: un uomo che si china nel fango per un morto che la sua stessa città aveva lasciato cadere due volte, prima sotto la spada e poi sotto l’oblio.

Trovò la sfera. Trovò il cilindro. Non gli serviva leggere i versi per sapere chi fosse sepolto lì: il segno bastava. Sotto i rovi di una provincia che i romani consideravano un granaio da spremere, riposava il monumento più esatto che un uomo avesse mai chiesto per sé — non un volto, non un nome in lettere grandi, ma un rapporto fra due solidi, l’unica cosa, di tutta una vita, che quell’uomo avesse giudicato degna di sopravvivergli.

Fece venire, si racconta, i primi cittadini di Siracusa a vedere ciò che lui, forestiero e questore di passaggio, aveva trovato senza che nessuno di loro gli facesse strada. Non li rimproverò: non ne aveva bisogno. Bastava il fatto, esposto in silenzio tra i rovi tagliati — un romano che restituiva ai siracusani il loro stesso morto — perché qualcuno abbassasse gli occhi. Fece ripulire la tomba. Non fece incidere nulla di nuovo: gli bastava che tornasse visibile ciò che già c’era.

Cinque anni dopo, quello stesso questore sarebbe tornato in Sicilia — non più a contare grano, ma a raccogliere le querele di una provincia intera contro un governatore che l’aveva saccheggiata come un padrone saccheggia una casa che sa di non dover restituire. E in un’aula romana, per far vergognare quell’uomo — si chiamava Gaio Verre — Cicerone tirò fuori dalla memoria dei suoi ascoltatori non la propria visita alla tomba, che tenne forse per sé, ma una storia più antica e più nota: quella del generale che aveva preso Siracusa due generazioni prima, e che, si diceva,

requisisse etiam dicitur Archimedem illum, summo ingenio hominem ac disciplina, quem cum audisset interfectum permoleste tulisse2 — Marco Claudio Marcello. Lo stesso che aveva pianto.

Cicerone lasciò cadere un istante il fiato, poi affondò il colpo: iste omnia quae requisivit, non ut conservaret verum ut asportaret requisivit3. Due uomini avevano cercato Archimede attraverso il tempo. Uno per piangerlo. L’altro, cinquant’anni dopo, per rubarlo di nuovo — non il corpo, ormai polvere sotto la sua sfera, ma tutto ciò che restava intorno a lui: le statue, i vasi, perfino un simulacro di Giove che Marcello, armato e vincitore,

M. Marcellus armatus et victor viderat, quod religioni concesserat4 — non aveva toccato. Verre lo tolse dal tempio senza che, in lui, nulla cedesse a niente.

Di tutto questo — del pianto di un generale romano per un vecchio greco che non aveva mai impugnato una spada — restano oggi poche righe in un’orazione scritta per tutt’altro scopo: umiliare un ladro davanti a una giuria. Archimede vi compare di sfuggita, un aneddoto a sostegno di un’arringa sui vasi corinzi rubati. Nemmeno Cicerone, che pure gli concesse quella riga di pietà, credette di scrivere per lui. Scriveva contro Verre. Archimede era già, allora, un argomento: bastava caricarlo bene.

Neppure questo libro, forse, è innocente. Anche qui Archimede serve a qualcosa: a dire che un uomo eccede sempre la sua scheda, che una vita trabocca da qualunque definizione la contenga. È un argomento buono, il migliore che si possa fare con lui — ma resta un argomento, e lui resta lo strumento con cui lo si dimostra. Forse è questo il destino di chi ha amato una cosa incorporea più della propria fama: essere sempre usato per dire qualcos’altro, e non poter mai, lui, rispondere.

Milleottocento anni dopo il primo compilatore di questo libro — quello che scrisse géomètre, che scrisse ucciso, e passò subito alla voce successiva — un giovane apprendista di nome Damone, se fosse sopravvissuto tanto a lungo, avrebbe riconosciuto in quelle undici parole ben poco del maestro che armava ogni notte le macchine mentre di giorno tracciava cerchi che nessuno dei due eserciti sapeva leggere. Ma quello stesso dizionario, altrove, si tradiva.

Nelle pagine che precedono la lettera A — nel discorso con cui il compilatore si scusa in anticipo per tutto ciò che l’alfabeto sta per appiattire — la penna gli sfuggì di mano una prima volta: De tous les grands hommes de l’antiquité, Archimede est peut-être celui qui mérite le plus d'être placé à côté d’Homere.5 Una digressione, si scusò subito dopo. Non la cancellò. E gli successe ancora, molte pagine più avanti, lontanissimo dalla propria voce alfabetica — alla voce ATTENTION, tra un Montmort e un Clavius, tra i geometri che avevano imparato a concentrarsi per lungo esercizio. Lì, quasi per caso, riaffiorò l’ultima mattina: qui ne s’apperçut ni du sac de sa patrie, ni de l’entrée du soldat furieux dans son cabinet, qu’il prit sans doute pour quelqu’un de ses domestiques, puisqu’il lui recommanda de ne pas déranger ses cercles.6 Il dizionario che lo aveva liquidato in undici parole non sapeva di essersi appena contraddetto.

Un secolo più tardi un altro dizionario, quello di Daremberg e Saglio, non gli concesse nemmeno le undici parole: catalogava templi, armi, monete, istituzioni — non uomini — e così Archimede non ebbe, questa seconda volta, nemmeno una voce propria da cui essere liquidato. Comparve solo di sfuggita, in prestito sotto le voci altrui. Sotto Arithmétique, qualcuno si fermò a raccontare per intero il gioco della sabbia: Archimède a écrit un petit traité (ὁ Ψαμμίτης, — dans les traductions latines : De numero arenae) qui nous est parvenu, sur le nombre de grains de sable que pourrait contenir une sphère qui aurait pour diamètre la distance de la terre aux étoiles fixes7 — lo stesso calcolo scritto in dorico per un ragazzo di nome Gelone, ora spiegato in francese a lettori che non sapranno mai il nome di quel re bambino. E chiuse, quasi suo malgrado, con una riga che nessun’altra voce dello stesso dizionario concede a nessuno: du peuple subtil dont Archimède est la plus grande gloire scientifique8.

Tra le voci vicine, in ordine alfabetico, ARCHIMEDE restava incastrato come un uomo in una fila che non ha scelto: prima di lui, forse, l’architettura di una città che non era la sua; dopo, qualche ardore di poeti che non l’avrebbero mai letto. Il compilatore non aveva colpa: faceva il suo mestiere, che è mettere ordine, e l’ordine ha bisogno di un solo rigo per uomo, non di settantadue anni. Ma un rigo, per quanto onesto, non contiene un respiro. Contiene un morto già seduto sullo scaffale giusto.

Undici parole aprivano questo libro. Ne restano, alla fine, più o meno altrettante — quelle di un dizionario, poi di un altro, ciascuno convinto di correggere il precedente, ciascuno colpevole dello stesso taglio: ricordare l’uomo per la vite senza fine e per lo specchio ustorio che forse non costruì mai, non per la frase con cui, da giovane, aveva promesso a un re bambino di contare la sabbia del mondo intero — ταῦτα δέ, βασιλεῦ Γέλων9 — né per l’altra, quella che i soldati si raccontarono per secoli attorno ai fuochi, l’ultima che pronunciò, in un dorico che il legionario non seppe riconoscere, a un’ombra che gli copriva il diagramma: μή μου τοὺς κύκλους τάραττε10.

Il compilatore non poteva sapere cosa fosse, per un uomo simile, un cerchio: ne aveva contati a migliaia nella sabbia del proprio cortile, prima che quella sabbia diventasse il campo di una battaglia, e poi, per sempre, la terra di un giardino chiuso fuori le mura — sotto una pietra che due secoli erano bastati a nascondere, e un questore ancora senza fama, per fortuna, a ritrovare.

Non l’aveva creduto per l’autorità di un re, né per lo stupore di una folla sul molo, né perché lo diceva Archimede. Aveva scritto una volta, a un ragazzo che poi sarebbe stato re, che una cosa vera è vera διὰ τὰν ἀπόδειξιν11 — e nessun dizionario, nessun soldato, nessun secolo che dimentica una tomba può togliere a un cerchio il diritto di restare vero anche quando tutti tacciono.

Tra la virgola e il punto di undici parole, tra la sfera e il cilindro di una tomba dimenticata, tra un re bambino a cui aveva promesso la sabbia del mondo e un soldato che non seppe aspettare — c’era, c’è ancora, un uomo che stava contando.

Il libro chiude qui. Il respiro no.

ARCHIMEDE, s. m. L’ultimo cerchio. Quello che non si lascia turbare. — non di alcun dizionario: di questo libro.