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Parte I — La Corona

I.4 La morte del re

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Il vento, quell’autunno, prese l’abitudine di cambiare senza preavviso: al mattino saliva dal Porto Grande1 dolce come sempre, e nel primo pomeriggio virava dal Porto Piccolo2, secco, quasi contrariato. Archimede lo notò prima da geometra — un angolo che non tornava, una simmetria tradita — e solo più tardi, con un fastidio che non gli piaceva riconoscere, da cittadino: qualcosa nella città stava voltando le spalle a qualcos’altro, e il mare, che di solito si limitava a rispecchiarla, quell’anno sembrava precederla.

Il re che per mezzo secolo aveva retto quel vento — pace comprata a forza di pazienza, tributi versati in anticipo, sorrisi rivolti sempre dalla parte giusta — si stava spegnendo. Ierone era vicino ai novant’anni, e la corte lo custodiva come un fuoco che non deve morire prima del tempo prescritto. Non era facile, ormai prossimo al novantesimo anno e assediato notte e giorno dalle lusinghe delle donne, liberare l’animo e volgerlo alla cura pubblica3. Le figlie volevano il nome regio sulla fronte del nipote, e il governo vero nelle mani dei loro mariti; il vecchio, che in settant’anni di regno non aveva mai scelto in fretta, per l’ultima cosa avrebbe voluto scegliere da solo: lasciare libera Siracusa4, perché un regno costruito e consolidato con arte onesta non perisse, deriso, sotto un dominio da fanciullo5.

Archimede non aveva mai creduto che fosse affetto, quel mezzo secolo di pace. Ierone non amava Roma più di quanto amasse la propria vecchiaia: aveva fatto il conto — quanto costa una guerra, quanto rende la pace — e aveva scelto la somma più bassa, con la stessa freddezza con cui un geometra sceglie, tra due ipotesi che spiegano lo stesso fenomeno, la più semplice. Era stato, per questo, l’unico uomo di potere che Archimede avesse davvero rispettato: ragionava.

Non fece in tempo. O forse non ne ebbe il coraggio: liberare una città significa smettere di esserne il padre, e i padri, si sa, rimandano sempre l’ultima decisione.

C’era, in quella decisione rimandata, un’assenza che il vecchio portava già da una stagione, e che Archimede portava anche lui, più in silenzio. Il ragazzo della tribuna — quello a cui aveva scritto un tempo ταῦτα δέ, βασιλεῦ Γέλων6, quello che avrebbe dovuto ereditare non un trono ma un numero — era già sotto terra.

Gelone era cresciuto, e crescendo aveva imparato a impazientirsi. Dopo Canne, quando la fortuna di Roma sembrò essersi rovesciata per sempre, disprezzando a un tempo la vecchiaia del padre e l’alleanza romana, era passato ai Cartaginesi7, e aveva cominciato ad armare uomini con un’urgenza che a Ierone pareva insolenza e che forse era solo la fretta di chi teme di morire prima di regnare. Avrebbe sconvolto la Sicilia, se una morte — così opportuna da gettare un’ombra di sospetto perfino sul padre — non lo avesse colto proprio mentre armava una moltitudine e sollecitava alleati8.

Questo lo scriveva lo storico, molti anni dopo, con la cautela di chi sa che un’ombra non è una prova. Archimede, che di prove viveva, non seppe mai cosa pensarne. Un teorema si dimostra o si confuta; una morte opportuna non si dimostra né si confuta — resta lì, sospesa tra il padre e il figlio, come una domanda che nessun compasso può chiudere. Per una volta nella vita, davanti a un enigma, non ebbe alcun desiderio di risolverlo. Preferì, semplicemente, continuare a piangere il ragazzo, e lasciare l’uomo — l’uomo che aveva tradito, forse ucciso, forse solo atteso troppo a lungo di regnare — alla storia, che di queste cose si nutre meglio di lui.

Poi, nell’inverno, toccò anche a Ierone. Non ci fu battaglia, non ci fu veleno certo, non ci fu nulla che meritasse un verso: solo un vecchio che smette di respirare nella stanza in cui aveva già scelto i propri custodi. Lasciò al ragazzo quindici tutori, e li supplicò, morendo, di conservare inviolata verso il popolo romano quella fedeltà che egli stesso aveva coltivato per cinquant’anni9. Cinquant’anni. Archimede ne aveva settantadue: aveva conosciuto Ierone re per quasi tutta la propria vita adulta, e quella cifra — quinquaginta annos — gli suonò più vera di qualunque epitaffio.

Il funerale fu regale, celebre più per l’amore e l’affetto dei cittadini che per la cura dei suoi10. Non fu un’iperbole di cortigiani: Archimede vide la folla vera, non convocata, che seguiva la bara fino a Ortigia. Roma stessa, in anni più fortunati, gli aveva mandato doni chiamandolo amico e alleato11; ora l’amico e l’alleato erano racchiusi nella stessa cassa, e nessuno a Siracusa sapeva ancora se la parola alleato sarebbe sopravvissuta al re che l’aveva portata per mezzo secolo.

Il testamento fu letto in assemblea, e il ragazzo — aveva allora quasi quindici anni12 — fu condotto davanti al popolo perché lo approvasse. Pochi applaudirono, istruiti a farlo; i più tacquero, come si tace in una casa che ha appena perso il padre e non sa ancora chi ne pagherà i debiti.

Per settant’anni Siracusa aveva vissuto un’anomalia di cui nessuno, finché durò, si era accorto abbastanza: per tanti anni li avevano visti, Ierone e suo figlio Gelone, non diversi dagli altri cittadini né per foggia di vesti né per alcun altro segno13. Un re vestito come chiunque, seduto al mercato come chiunque: la cosa più vicina, forse, a quella incorporea uguaglianza che i teoremi concedono a tutti senza guardare in faccia nessuno. Poi videro la porpora, il diadema, le guardie armate; e qualche volta lo videro uscire dalla reggia su una quadriga di cavalli bianchi, alla maniera del tiranno Dionisio14.

Tra i nuovi venuti alla reggia, due nomi presto passarono di bocca in bocca nell’agora: nati a Cartagine ma discendenti da un nonno esule di Siracusa, Cartaginesi essi stessi per parte di madre15. Ippocrate ed Epicide erano arrivati come ambasciatori di Annibale, e non se n’erano più andati: per loro tramite si strinse un’alleanza tra Annibale e il tiranno di Siracusa, e restarono presso di lui, non contro il volere di Annibale16. Il tiranno. Lo storico romano non avrebbe mai chiamato Ierone così, in cinquant’anni; a Geronimo bastarono pochi mesi.

Archimede non era in piazza a vederlo. Non andava più in piazza da quando l’avevano costretto a muovere una nave per farsi applaudire; se voleva sapere cosa succedeva alla città, era la città stessa a portargliela in bottega, sulle spalle di un ragazzo. Fu Damone, il più giovane dei suoi — quello che gli affilava gli strumenti e non capiva mai fino in fondo le dimostrazioni ma avrebbe attraversato il fuoco per difenderle — a raccontargli della quadriga bianca, imitando senza volerlo, con le mani, il modo in cui il nuovo re teneva il mento sollevato. «Sembra un dio,» disse Damone, senza sapere se fosse ammirazione o disgusto. «Sembra qualcuno che non ha mai contato niente in vita sua,» rispose Archimede, e tornò al piano di sabbia.

Era la stessa incoronazione che lui stesso aveva rifiutato, quel giorno sul molo, quando l’intera città gli gridava il nome per una nave che non era altro che leva e corda. Geronimo, quindici anni e nessuna dimostrazione alle spalle, aveva preso senza esitare ciò che ad Archimede era stato offerto e che lui aveva restituito con fastidio: lo splendore che non dimostra nulla, e proprio per questo convince tutti.

Il vento, quell’inverno, smise di cambiare a caso. Cominciò a soffiare in una sola direzione, quella che nessuno a Siracusa osava ancora nominare ad alta voce: verso Cartagine, verso i consiglieri nuovi che circondavano il ragazzo con la corona troppo grande, verso una guerra che il vecchio Ierone aveva passato cinquant’anni a rimandare con la sola arma della pazienza. Archimede, tornato nel suo cortile, tracciò un cerchio nella sabbia e lo guardò a lungo, come se in quella linea chiusa potesse ancora leggere qualcosa che nella città aperta non riusciva più a vedere.

Ma un cerchio, per quanto perfetto, non predice il vento. Questo, di tutte le cose che sapeva, era l’unica che Archimede non aveva mai preteso di dimostrare.