I.5 Il patto che finisce
Il vento di cui si è già detto — quello che dall’inverno soffiava verso Cartagine senza più cambiare direzione — non impiegò due anni a diventare tempesta. Impiegò, per essere precisi, poco più di una stagione: il tempo che basta a un ragazzo per imparare a farsi chiamare tiranno, e a una città per decidere che non lo avrebbe sopportato.
La prima congiura fallì, e fallendo fece più danno di una riuscita. Denunciata da un confidente di palazzo, non diede che un nome: Teodoto, l’uomo che aveva reclutato gli altri. Fu dato in tortura ad Adranodoro, e resse finché un corpo può reggere; poi mentì. Non fece il nome di un complice vero: disse che l’ideatore era Trasone — l’unico, tra i consiglieri del giovane re, che parlasse ancora in favore di Roma — e il tiranno, che desiderava crederci, ci credette subito. Trasone fu giustiziato, con altri innocenti quanto lui.
Dei veri congiurati, mentre Teodoto veniva straziato per giorni, tanta fu la fiducia nel suo coraggio e nella sua fedeltà, e tanta la forza che egli stesso trovò per custodire il segreto1, che nessuno si nascose né fuggì. E tolto di mezzo Trasone, che era l’unico vincolo rimasto con l’alleanza romana, la situazione senza dubbio tese subito al distacco2. Una menzogna detta sotto tortura, per salvare i colpevoli, aveva ucciso l’unico uomo che avrebbe potuto fermarli.
La seconda congiura non fallì. Non ebbe bisogno di tradimenti né di tribunali: solo di una strada stretta e di un pretesto. Bastò un pugno di congiurati: presero case libere che sovrastavano il vicolo stretto per cui il re era solito scendere al foro, ed erano quasi tutti, per caso, soldati3. A uno di loro, che era la guardia del corpo personale del re e si chiamava Dinomene, fu affidato un compito minimo: fingere che il sandalo si fosse slacciato, e così trattenere qualche passo più indietro il resto del seguito, mentre il re, per un momento, camminava avanti da solo.
Bastò quel momento. Quando fu sferrato l’assalto contro il re che passava senza armati intorno, fu trafitto da più ferite prima che si potesse accorrere in suo aiuto4. Le guardie fuggirono, non appena videro il re disteso a terra5. Non un dio, non un fulmine, nessuno dei prodigi che i cronisti amano raccontare: un ragazzo per strada, in un giorno feriale, ucciso mentre camminava verso il mercato come chiunque altro a Siracusa. Fu, di tutto il suo breve regno, l’unico momento in cui somigliò al nonno.
La città esultò un pomeriggio intero — poi si accorse che la libertà, appena riconquistata, non sapeva a chi appartenere. Adranodoro, che per il vecchio re aveva custodito le chiavi della Rocca, provò a tenersele anche per il nuovo ordine; ma un confidente lo tradì, e i nuovi pretori, postato un presidio alle porte, uccisero Temisto e Adranodoro non appena entrarono nella curia6. Congiurati e giustizieri si scambiavano i ruoli di settimana in settimana, e un cronista che vide tutto lasciò scritta una frase che vale per ogni piazza: la moltitudine o serve umilmente o domina con superbia; la libertà, che sta nel mezzo, non sa costruirla con misura né sa tenerla7. In poche settimane Siracusa consumò due governi, finché la piazza — che ormai sapeva gridare solo nomi, non più argomenti — non gridò gli ultimi due: Ippocrate ed Epicide. Li fecero pretori. Con loro, ciò che Geronimo aveva solo sussurrato — e che Trasone, morto al posto di un altro, non era più vivo per impedire — divenne editto: Siracusa voltò le spalle a Roma, e il volto a Cartagine.
A Roma la notizia arrivò come arrivano sempre le notizie dalla Sicilia: in ritardo, e già cambiata due volte per strada. Il senato non perse tempo a commentare l’ingratitudine di una città che per cinquant’anni aveva chiamato Roma amica. Decise, semplicemente: decretano quella provincia a Marco Marcello, uno dei due consoli8.
Lo chiamavano, in caserma più che nei libri, la Spada di Roma. Era vero, ed era una verità piccola: per natura amante della guerra, e nei conflitti pieno d’impeto e d’ardore; ma per il resto uomo modesto, umano, e tanto amante degli studi greci da onorare e ammirare chi vi eccelleva9, sebbene i suoi impegni non gli avessero mai concesso di raggiungere, in quegli studi, la competenza che avrebbe voluto. Ecco un uomo a cui sarebbe piaciuto avere tempo per la geometria, e non l’aveva mai avuto, mandato contro un uomo che aveva tutto il tempo del mondo per la geometria e non voleva nient’altro. Roma, quell’inverno, non lo sapeva ancora: aveva solo assegnato una buona provincia a un buon generale, perché Siracusa era in subbuglio dopo la morte del tiranno Geronimo10, ed era il genere di subbuglio per cui si mandano eserciti, non lettere.
Così due volontà, senza ancora saperlo, cominciarono a camminare l’una verso l’altra: quella di un vecchio che voleva solo contare, e quella di un soldato che voleva solo vincere bene.
Appio Claudio, che già comandava le legioni sbarcate in Sicilia, avrebbe marciato da terra: a lui il lavoro paziente dell’assedio, il fango, le trincee, il nome che i libri dimenticano per primo. A Marcello, dal mare, sarebbe toccato l’onore — o il peso, non era ancora chiaro quale dei due — di essere ricordato come colui che prese la città.
Nel cortile, la sabbia era ancora quella di sempre. Fu Damone — il più giovane della bottega, quello che affilava gli strumenti senza mai afferrare fino in fondo le dimostrazioni, ma pronto ad attraversare il fuoco per difenderle — ad aprire il cancello, quella mattina, ai due uomini mandati dal nuovo governo: non gli ambasciatori gentili di quando si trattava di navi e di stupore, ma funzionari con la fronte stretta di chi ha fatto male i conti e ora li deve rifare in fretta.
Chiedevano al geometra di lasciare la sabbia. Di pensare alle mura.
Non era, a dire il vero, una richiesta del tutto nuova. Anni prima, il vecchio Ierone — quello vero, quello paziente — aveva fatto costruire, a sue spese e con la sua cura, per molti anni, con l’arte unica di Archimede11, ordigni che dormivano ancora smontati negli arsenali dell’Acradina12: leve, contrappesi, corde tese a forza che ormai nessun altro sapeva più tendere. Non gli chiedevano di inventare. Gli chiedevano di svegliarli.
Archimede ascoltò senza alzarsi dallo sgabello. Davanti a sé aveva tre cerchi, e un quarto che ancora non tornava. Rispose che le macchine, a differenza dei teoremi, non erano mai vere due volte allo stesso modo: cambiava il nemico, cambiava il vento, cambiava perfino la macchina. Un cerchio restava un cerchio anche a Cartagine. Poi si alzò lo stesso.
Molti secoli dopo, chi avrebbe voluto davvero capirlo scrisse di lui una frase che è già, in due righe, tutta la tragedia di questo libro: Archimedes is erat, unicus spectator caeli siderumque, mirabilior tamen inuentor ac machinator bellicorum tormentorum operumque13. Unicus — impareggiabile —, e poi, subito dopo quel mirabilior tamen, più ammirato per l’altra cosa. Persino i suoi contemporanei, a quanto pare, sapevano già in che ordine l’avrebbero ricordato.
All’alba imprecisata di un giorno di quella primavera, una sentinella sull’Eurialo, o forse solo un pescatore che rincasava tardi, vide l’orizzonte fare una cosa che l’orizzonte non fa mai: riempirsi di vele. Il muro dell’Achradina, bagnato dal mare come già si è detto, Marcello lo assaliva con sessanta quinqueremi14. Sessanta navi da guerra, cariche di armi e proiettili di ogni sorta, come chi arriva a un appuntamento portando tutto ciò che possiede, sicuro che basterà.
Da terra, le mura di Siracusa non si mossero. In un cortile dietro quelle mura, un vecchio alzò gli occhi dalla sabbia una volta sola, guardò il mare farsi bianco di scafi, e tornò a contare.
Il compilatore, alla voce SIRACUSA, non avrebbe registrato la durata dell’assedio che quel mattino cominciava per davvero. Quasi due anni: il tempo — nessuno poteva ancora saperlo — appena bastante a un vecchio per finire di contare quanto gli restava, e non un granello di più.