L'Arenario
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Parte II — Le Macchine

II.2 La mano di ferro

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Il mare, quella mattina, tornava a essere ciò che i romani sapevano fare meglio di chiunque altro al mondo: una superficie che si misura a colpi di remo, che si doma con la disciplina, che obbedisce a chi la solca in tanti, insieme, allo stesso ritmo.

Sessanta quinqueremi si mossero contro le mura di Acradina — il muro è lambito dal flutto1 —, quelle che il mare bacia da sempre. sexaginta quinqueremibus Marcellus oppugnabat2: con sessanta quinqueremi Marcello le assaliva, scriverà un romano, molti anni dopo, leggendo i rapporti dell’assedio; πεντήρεις ἔχων ἑξήκοντα παντοδαπῶν ὅπλων καὶ βελῶν πλήρεις3: avendo egli sessanta quinqueremi colme di armi e proiettili d’ogni sorta, scriverà un greco, leggendo gli stessi fatti da un’altra riva. Due lingue, due secoli di distanza tra i loro autori, e lo stesso numero preciso: sessanta. Era forse l’unica cosa, in tutta quella guerra, su cui nessuno avrebbe potuto mentire.

Su una di quelle navi c’era un uomo che aveva passato l’inverno a costruire, con le proprie mani, la macchina che ora lo issava verso la città: un ponte levato, sospeso su otto navi legate l’una all’altra4, alto come una torre, chiamato sambuca per una vaga somiglianza con lo strumento a corde: un nome quasi gentile, pensava, per un ordigno fatto apposta per sfondare un muro. Ne era fiero. Aveva contato i cavi, provato i perni, dormito poco. Questa era ingegneria romana: solida, visibile, dimostrabile con la mano che la tocca.

Poi cominciarono a cadere le pietre.

Non da un punto preciso — e fu questo il primo terrore, prima ancora del peso delle pietre. Da tutta la lunghezza del muro insieme, come se la roccia stessa avesse deciso di odiarli: dardi d’ogni sorta e macigni di mole smisurata, che scendevano con un sibilo e una rapidità incredibili5. Un fante a due passi dall’ingegnere sparì sotto un masso che nessuno aveva visto partire: c’era, e poi era una macchia scura sul ponte. Le file si aprivano, si richiudevano, si confondevano. Non era la paura della battaglia — quella la conoscevano, l’avevano addestrata, ci avevano fatto il callo. Era un’altra paura: quella di non sapere da dove si viene colpiti.

Perché sopra quel muro, in quel momento, non c’era un esercito. C’era, benché nessun romano potesse saperlo, un solo vecchio seduto su uno sgabello — unicus spectator caeli siderumque6, unico spettatore del cielo e degli astri, avrebbe scritto un giorno uno storico che a Roma non era ancora nato, ma inventore e artefice ancor più mirabile di macchine e ordigni di guerra7. Le mura di Siracusa corrono su colline ineguali, alte da un lato, basse e aperte dall’altro; e per ciascun tratto, secondo ciò che il luogo chiedeva, quell’uomo le aveva armate di ogni genere di macchine8. L’ingegnere non poteva saperlo. Vedeva solo il muro, e il muro sembrava vivo.

Le navi più temerarie si erano spinte troppo vicino, credendo che sotto il tiro delle catapulte grandi ci fosse riparo: troppo vicine perché le pietre enormi trovassero lo spazio per prendere velocità. Ma Archimede aveva previsto anche quello. Aveva aperto il muro dal basso in alto con fitti fori larghi quasi un cubito9, e da quei fori con piccoli scorpioni colpivano il nemico da un nascondiglio10, ordigni brevi, per le distanze che i grandi non sapevano colpire. Un greco che scrisse di quella stessa guerra li avrebbe chiamati, con una sola parola più esatta di qualunque descrizione, invisibili ai nemici11.

Ma fu la mano a spezzare gli uomini.

Un’asta a bilico si sporse dall’alto delle mura, e una mano di ferro legata a una catena robusta12 calò sulla prua della nave accanto a quella dell’ingegnere. La afferrò. Non ci fu lotta: la nave, che pesava quanto cento uomini e il loro carico, sollevata per la prua, si ritrovò dritta sulla poppa13, come un cane preso per la collottola. Gli uomini a bordo caddero l’uno sull’altro verso poppa, urlando, aggrappandosi a remi che non servivano più a niente. Spesso una nave, sollevata in aria dal mare, roteava di qua e di là mentre pendeva: uno spettacolo che faceva rabbrividire14, per chi guardava da lontano, e ancora di più per chi vi stava dentro. Poi, d’un tratto la mano si apriva, e la nave cadeva come se cadesse dal muro stesso15 e le onde la percuotevano così16 che anche quando ricadeva dritta, imbarcava acqua a bordate intere.

L’ingegnere aveva costruito macchine tutta la vita. Sapeva cosa fosse una carrucola, un argano, un contrappeso. Eppure guardava quella mano aprirsi e richiudersi sull’acqua, prendere e lasciare, prendere e lasciare, con la stessa indifferenza con cui un bambino gioca con un granchio sulla battigia — e non riusciva a pensarla come macchina. Pensava: mano. Pensava: qualcuno, lassù, che sceglie.

Verso mezzogiorno toccò alla sua sambuca. Un macigno enorme, del peso di dieci talenti17, le passò accanto sollevando un muro d’acqua che li accecò tutti per un istante. Poi un secondo. Poi un terzo, che colpì in pieno: la base della torre si sbriciolò, i giunti si aprirono, le otto navi legate insieme si separarono come le dita di una mano che si apre. Marcello, dal ponte di comando, ordinò la ritirata prima che qualcuno gliela chiedesse: così l’assalto dal mare fu deriso, e ogni speranza si volse a tentare con tutte le forze da terra18.

Deriso. L’ingegnere ripensò a quella parola, tornando a riva sui resti della sua opera invernale, e capì che era quella la ferita vera. Non i morti — i morti si contavano, si piangevano, si seppellivano secondo il rito. Era l’essere stati, per un intero pomeriggio, motivo di scherno per qualcuno che non li aveva nemmeno guardati in faccia.

Provarono di notte, sperando che al buio, e da vicino, dove le funi degli ordigni grandi non avevano spazio per prendere slancio, l’uomo del muro fosse infine cieco quanto loro. Ma quell’uomo — l’ingegnere ormai lo pensava così, un uomo, non più un demone, il che non lo rendeva meno terribile — aveva previsto anche questo, da molto prima che servisse. Si avvicinarono credendo di non essere visti. Non lo erano. Le pietre tornarono a cadere, quasi verticali questa volta, come se venissero dal cielo e non dagli uomini; le frecce uscivano da ogni punto del muro insieme. Si ritirarono. E quando si ritirarono, i colpi li seguirono ancora per tutto il tratto della fuga, finché le navi non si scontrarono tra loro nel buio, senza che nessuno avesse potuto rispondere un solo colpo.

θεομαχοῦσιν ἐῴκεσαν οἱ Ῥωμαῖοι19 — i romani sembravano combattere contro gli dèi: così l’avrebbe scritto un greco, tempo dopo, di quella notte. L’ingegnere non conosceva il greco. Ma se gliel’avessero tradotta, non avrebbe trovato una parola più esatta.

Marcello ne fece una battuta, quando tornò tra i suoi ufficiali — perché anche i condottieri, quando la paura è troppo grande per essere detta, la vestono di scherzo. Diceva, ridendo, che Archimede attingeva l’acqua del mare con le loro navi come con tante coppe, e le sue sambuche, prese a sferzate, se n’erano andate in malora coperte di vergogna, come bandite da ogni tregua20. Risero, gli ufficiali. Rise anche l’ingegnere, un poco. Ma quella notte, disteso sul ponte, non riuscì a togliersi dagli occhi quella mano che si apriva e si chiudeva sull’acqua: una sola, eppure moltiplicata lungo tutto il muro, come se un unico essere avesse cento braccia e le muovesse tutte insieme, con una volontà sola. Un nome, per una cosa simile, doveva pur esistere. Lui non lo conosceva ancora — e non sapeva che a pronunciarlo, di lì a poco, sarebbe stato lo stesso Marcello.

Nelle settimane che seguirono, la disciplina — quella cosa solida per cui Roma vinceva le guerre — cominciò a incrinarsi in un modo che nessun manuale prevedeva. Bastava una piccola corda o un’asta di legno che si vedesse sporgere sopra il muro21 perché gridassero tutti insieme lo stesso nome, come un segnale, e voltassero le spalle e fuggissero22. Non un ordine. Non una tromba. Un nome, urlato, e file intere di legionari che si giravano e correvano, gli scudi ancora alzati contro un nemico che non aveva mai mostrato la faccia.

L’ingegnere, che aveva costruito macchine tutta la vita e credeva di sapere cosa fossero le macchine, imparò quell’estate una cosa che nessuna scheda avrebbe mai registrato: che la disciplina di un esercito non si rompe per la forza del colpo che riceve, ma per l’impossibilità di rispondere a chi lo colpisce. Roma sapeva vincere ogni cosa che si potesse guardare in faccia. Non sapeva ancora — non l’aveva ancora imparato, non a questo prezzo — cosa fare di un nemico che era soltanto una mano; e dietro la mano, invisibile come i suoi stessi scorpioni, un vecchio che continuava, sotto le pietre e le grida, a pensare in cerchi.