II.3 Il Briareo geometra
Damone aveva diciassette anni, due mani già indurite dalla corda e la certezza, che a quell’età si scambia facilmente per sapienza, di conoscere ormai ogni segreto della bottega: come tendere una fune perché non fischi nella notte, in che punto ungere il perno di uno scorpione perché non gridi nell’istante dello scatto, e a quale ora esatta il sole del mattino, radente sul Porto Grande1, accechi i rematori romani più di qualunque freccia.
Serviva le macchine sulle mura dell'Epipoli2, dove la cinta chiudeva il cielo alla città come un coperchio, e serviva soprattutto lui — il vecchio che quelle macchine le aveva pensate, e che, consegnato il disegno all’artigiano, quasi mai tornava a vederle in opera, come se il compimento lo annoiasse più della difficoltà. Ad Archimede Damone portava tavolette e stilo, non spade; gli reggeva la corda, non lo scudo. Eppure sapeva, con la certezza muta dei corpi giovani, che quel giorno nessun soldato di Siracusa faceva un lavoro più necessario del suo.
Le macchine più temute non erano le più grandi — non le grucce di ferro che artigliavano le prore romane e le rovesciavano come un cucchiaio rovescia la minestra. Erano le piccole, quelle che Damone stesso caricava attraverso le feritoie basse del muro, invisibili da fuori: scorpioni a corta gittata, pensati apposta per il momento in cui i nemici, credendosi ormai al riparo sotto la cinta, vi si affollavano senza più timore. Erano stati approntati, tutti, sotto le mura, da Archimede3. E ai Romani, quel giorno, parve di combattere contro gli dèi, tanti erano i mali che piovevano loro addosso da un luogo invisibile4.
Damone lo aveva visto tornare, la sera prima, con la tunica ancora sporca non di sudore di battaglia ma della sabbia del cortile, e chiedere, distratto, se le macchine avessero funzionato — come si chiede di un esperimento riuscito, non di una battaglia vinta. Non aveva domandato quanti Romani fossero morti. Aveva domandato se l’angolo del lancio corrispondesse al calcolo.
Damone non aveva un padre a cui assomigliare, in bottega — il suo era morto due assedi prima, quando Siracusa combatteva ancora contro i propri vicini più che contro Roma — e aveva scelto Archimede come si sceglie, da orfani, una stella fissa: non per un affetto restituito, che il vecchio non sapeva dare, ma per la sola grazia di poterla guardare ogni sera nello stesso punto del cielo, sempre lì, indifferente a tutto tranne che a se stessa.
Bastava, ormai, molto meno di uno scorpione. Un cavo dimenticato a sporgere dal parapetto, una trave lasciata a metà d’una manovra, e le navi ancorate più vicine invertivano i remi e si allontanavano come cani frustati. La prima volta Damone rise: gli parve un gioco vinto senza colpo ferire. Poi capì che era proprio quello, ormai, il gioco intero: non serviva più colpire. Bastava essere temuti.
A un miglio di distanza, dietro le linee, Marco Claudio Marcello osservava la stessa scena da lontano e, per quanto ne fosse la vittima, la trovava quasi comica. Marcello aveva otto quinqueremi legate a due a due, e su ogni coppia era stata costruita una «sambuca» — un baldacchino per issare uomini armati sopra i bastioni della città assediata5: la sua invenzione, il suo orgoglio, convinto che nessuna città avrebbe retto a un tale artificio. La sambuca ora rientrava in porto scardinata, un giocattolo rotto, e i suoi stessi tecnici non osavano guardarlo in faccia.
Li chiamò a raccolta — i costruttori di macchine, gli artigiani dell’assedio — e disse loro qualcosa che sarebbe sopravvissuto molto più a lungo della sambuca. Lo disse, tramandano, in greco: la lingua dei suoi stessi nemici, come se solo il greco avesse le sillabe adatte a un’ironia tanto amara:
Οὐ παυσόμεθα πρὸς τὸν γεωμετρικὸν τοῦτον Βριάρεων πολεμοῦντες, ὃς τὰς μὲν ναῦς ἡμῶν καθίζων πρὸς τὴν θάλασσαν παίζων μετ' αἰσχύνης ἐκβέβληκε, τοὺς δὲ μυθικοὺς ἑκατόγχειρας ὑπεραίρει τοσαῦτα βάλλων ἅμα βέλη καθ' ἡμῶν;6
Risero, i tecnici. Ma nessuno rise a lungo, perché nella battuta di Marcello c’era una verità che nessuno, a Siracusa, avrebbe saputo formulare meglio di un console romano appena sconfitto:
Τῷ γὰρ ὄντι πάντες οἱ λοιποὶ Συρακούσιοι σῶμα τῆς Ἀρχιμήδους παρασκευῆς ἦσαν, ἡ δὲ κινοῦσα πάντα καὶ στρέφουσα ψυχὴ μία7.
Tutti gli altri — Damone compreso, e i remi, e le funi, e le pietre squadrate, e i corpi che le sollevavano — erano corpo di un’unica impresa; a muoverla e volgerla era un’anima sola, seduta all’ombra di un cortile, indifferente a tutto ciò che quel corpo faceva in suo nome. Damone non avrebbe mai saputo di essere stato definito così, in un libro greco scritto da un uomo non ancora nato, sull’altra sponda del mare. Ma se glielo avessero detto, non si sarebbe offeso. Era vero. Era, anzi, l’unica cosa che desiderasse essere: mano di quella mente.
Bastava un cavo, ripeteva ormai Marcello ridendo ai suoi ufficiali — bastava una trave — perché i suoi uomini, se un pezzo di corda o una trave si affacciasse anche di poco sopra il muro, gridassero «eccola, eccola: Archimede muove contro di noi qualche macchina», e voltassero le spalle a fuggire8. Non era più battaglia, quella: era superstizione armata.
E Marcello, che di guerra capiva più di chiunque altro a Roma, prese l’unica decisione che un generale onesto potesse prendere davanti a un nemico che non si vedeva e non si stancava mai: si astenne da ogni combattimento e da ogni assalto, e affidò da allora l’assedio al tempo9. Non settimane, dunque. Anni.
Nessuno, tra i Romani, avrebbe potuto indovinare che il costruttore di quelle macchine le considerasse, in cuor suo, un’inezia: di esse non aveva mai proposto nulla come opera degna d’impegno serio; erano, per lo più, sottoprodotti di una geometria che si concedeva un gioco10 — così scriverà di lui, molto dopo, un biografo greco che non lo aveva mai conosciuto. Di quella stessa macchina issata su otto navi, la più grande e la più temuta, per Archimede non c’era stato, in fondo, alcun conto: né di essa, né di nessun’altra delle sue. Era stato Ierone, anni prima, a supplicarlo di piegare l’arte dall’incorporeo al corpo — e Archimede aveva ceduto, come si cede a un vecchio amico, senza mai considerarlo altro che un piegarsi. Era un paradosso di cui forse solo Marcello, tra tutti gli uomini sotto quelle mura, avrebbe saputo misurare l’intera amarezza: il romano ammirava sopra ogni cosa proprio ciò che il siracusano considerava la parte meno degna di sé.
La battuta di Marcello passò di bocca in bocca fin dentro le mura, come passano solo gli insulti dei nemici che ci onorano più di quanto vorremmo ammettere. Briareo. Il Briareo geometra. I soldati la ripetevano ridendo sui bastioni, fieri come se l’ingiuria del console fosse una medaglia coniata apposta per loro.
A Damone parve naturale portarla, quella sera, nel cortile dove il vecchio, come sempre, aveva già dimenticato la giornata ed era chino sulla sabbia rastrellata, tre cerchi freschi disegnati nella polvere.
«Ti chiamano Briareo» gli disse, ridendo. «Il mostro dalle cento mani.»
Archimede alzò gli occhi un solo istante. Non c’era, in quello sguardo, né orgoglio né fastidio: c’era la stessa attenzione neutra con cui avrebbe accolto la notizia che una nuvola era passata davanti al sole.
«Cento mani» disse. «Per fare cosa? Spostare pietre. Spaventare ragazzi con l’elmo troppo grande per la testa.» Tornò a chinarsi sulla sabbia. «Le mani non contano niente, se non contano qualcosa. Guarda invece questo.» E con lo stilo tracciò un arco, poi un altro, poi la corda che li univa, spiegando a Damone — che capiva forse un decimo di ciò che sentiva, ma ascoltava con tutto il corpo, come si ascoltano le cose troppo grandi per l’intelletto ma non per l’amore — perché due grandezze incommensurabili potessero comunque stare in un rapporto che si potesse scrivere.
Damone lo guardava e pensava: fuori le mura ci chiamano il corpo e l’anima di questa città in guerra. Ma qui, nel cortile, non c'è nessuna guerra. C'è solo un vecchio che insegna i cerchi a un ragazzo che gli tiene ferma la corda. E Damone lo amava — non come si ama un maestro, e nemmeno come si ama un padre che non si è avuto, ma come si ama una cosa rara che si è avuto il privilegio di servire senza mai comprenderla fino in fondo. Non gli importava di essere il corpo. Gli importava soltanto di restare vicino abbastanza a lungo perché l’anima, un giorno, si voltasse e lo vedesse.
Fuori le mura, Marco Claudio Marcello si preparava a un assedio che sarebbe durato non settimane ma anni — anni in cui la geometria silenziosa di un vecchio avrebbe tenuto in scacco la più grande potenza del mondo conosciuto, e in cui nessuno, né a Roma né a Siracusa, avrebbe saputo dire con certezza chi, dei due eserciti, fosse davvero l’assediato.