L'Arenario
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L’ARENARIO

Undici parole

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prologo · Undici parole
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«Celebre geometra di Siracusa, ucciso alla presa di quella città.» Undici parole — e in undici parole hanno chiuso settantacinque anni.

Non dicono che quella mattina la sabbia del cortile era ancora fresca di rugiada, e che vi aveva già tracciato tre cerchi prima che il sole toccasse l’Ortigia1. Non dicono che «ucciso alla presa» fu un ragazzo con la spada che tremava più di lui. Non dicono in che lingua pregò di aspettare: non il latino del vincitore, non il greco levigato dei libri, ma il dorico stretto dell’isola — quello in cui aveva scritto, da giovane, a un re bambino: ταῦτα δέ, βασιλεῦ Γέλων2 — questo, o re Gelone — e gli aveva promesso di contargli i granelli di sabbia che riempirebbero il mondo. Tutto il mondo. Anche quello, diceva, oltre la sfera delle stelle fisse che Aristarco suppone3.

Il compilatore, milleottocento anni dopo, non sa leggere il dorico. Scrive géomètre, e ha ragione. Scrive ucciso, e ha ragione. Poi mette il punto, e passa alla voce successiva: ARCHITECTURE.

Ma tra la virgola e il punto — lì, in quel respiro che nessun dizionario tiene — c’era un uomo che, mentre la sua città bruciava, stava ancora contando.

Questo libro sta in quel respiro.