I.1 «Dammi dove stare»
Il mare, quel mattino, era della stessa sostanza dei suoi cerchi: liscio, indifferente, perfetto.
Archimede lo guardava dal molo del Porto Grande1 e pensava che fosse uno spreco. Tutta quell’acqua ferma, e nessuno che la interrogasse. Dietro di lui, l’isola di Ortigia si scaldava al sole come un animale coricato; davanti, ormeggiata e mostruosa, la nave che Ierone aveva fatto costruire per stupire i re d’Egitto — tre alberi, ponti come piazze, un giardino, un tempio ad Afrodite, e una stiva così vasta che quaranta uomini non erano bastati a trascinarla in acqua. Era rimasta lì, incagliata nel proprio splendore, per un mese intero.
«Puoi muoverla?» aveva chiesto il re. Non era una domanda: era una supplica travestita da sfida, perché Ierone aveva già speso in quella nave l’orgoglio di una città.
Archimede aveva risposto con la frase che poi gli sarebbe sopravvissuta, deformandosi in leggenda: δῶς μοι πᾷ στῶ καὶ τὰν γᾶν κινάσω2. Dammi dove stare, e muoverò la terra.
Adesso doveva mantenerla.
Aveva fatto legare alla nave un solo cavo. Il cavo correva a una carrucola, e da quella a un’altra, e a un’altra ancora — un sistema di pulegge composte, un moltiplicatore silenzioso di fatica, la cosa più vicina a un pensiero puro che si potesse costruire con la corda e il bronzo. All’estremità, seduto, c’era lui. Un vecchio seduto su uno sgabello, davanti alla città intera.
Ierone era salito sulla tribuna con il piccolo Gelone per mano. Il ragazzo aveva l’età in cui si crede che gli adulti sappiano davvero fare le cose che promettono. Guardava Archimede con quella fiducia terribile.
Archimede cominciò a tirare.
Non ci fu sforzo — e fu questo a gelare la folla. Nessun grido, nessuna schiena spezzata, nessuna delle cose che gli uomini chiamano forza. Senza grande fatica, ma muovendo quietamente con la mano il congegno delle carrucole, la trasse a sé liscia e regolare, come se scivolasse sull’acqua.3 La nave — la montagna galleggiante che quaranta uomini non avevano piegato — si mosse verso di lui come un cane che torna al padrone.
La città esplose. Gridavano il suo nome, lo gridavano fino a Tica4, fino all’Acradina5, lo rimbalzavano contro le Epipoli6. Archimede. Archimede. Ierone rideva e piangeva insieme, e stringeva la mano del nipote come per dirgli: ricorda, tu c’eri.
E Archimede, all’altro capo del cavo, provava soltanto un vago disagio.
Perché non c’era niente, in quel gesto. Niente che non sapesse già. La legge delle pulegge l’aveva dimostrata anni prima, in tre righe, e la dimostrazione era bella — bella di quella bellezza incorporea che non ha bisogno di navi né di re per esistere. Questo, invece, questo teatro di corde e stupore, era solo la legge fatta scendere nel fango dei sensi perché i molti potessero applaudirla. Aveva scritto a Ierone, un tempo, che con una forza data si può muovere un peso qualunque7; e il re, invece di contemplare la frase, aveva voluto vederla. Voleva sempre vedere. Era il difetto dei re, e forse degli uomini: non credere a ciò che non possono toccare.
Lui, la sabbia. Voleva tornare alla sabbia.
Nel cortile di casa, all’ombra, c’era un piano di sabbia rastrellata dove da settimane inseguiva una cosa immensa e inutile: quanti granelli servirebbero per riempire non una spiaggia, non l’isola, non il mare — ma l’intero cosmo, fino alla sfera delle stelle. Gli uomini dicevano infiniti, e dicendolo si arrendevano. Archimede sospettava che infinito fosse solo il nome che diamo alla nostra pigrizia. I granelli erano tanti, tantissimi. Ma tanti è un numero. E un numero si può scrivere, se si ha il coraggio di inventare le parole per dirlo.
Stava inventando quelle parole per Gelone. Il ragazzo là sulla tribuna, che ora batteva le mani. Un giorno gli avrebbe messo in mano il libro e gli avrebbe detto: guarda, non è infinito. Guarda come finisce anche l’incommensurabile. Solo la stupidità non finisce.
Slegò il cavo. La folla lo voleva ancora, voleva un’altra meraviglia, i re sono affamati e le città di più. Ma lui aveva già voltato le spalle al mare perfetto e camminava verso l’ombra, verso il cortile, verso i tre cerchi che si stavano asciugando nella sabbia.
Non poteva saperlo — nessuno può leggere il proprio lemma prima che sia scritto — ma quello era il gesto per cui l’avrebbero ricordato. Non i teoremi. Non i granelli. La nave. La macchina. La forza resa spettacolo.
Cinquant’anni dopo, un altro uomo sarebbe arrivato dal mare con altre navi, e avrebbe chiesto anche lui alla macchina di Archimede di muovere qualcosa: non una nave verso la riva, ma un’intera città verso la fine.
Ma quel mattino il mare era liscio, e la sabbia lo aspettava, e lui aveva ancora tempo per contare.