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Parte III — La Festa

III.1 La guerra intorno

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La guerra, quell’anno, smise di avere giorni e prese ad avere stagioni.

Non si contava più per battaglie: si contava per raccolti perduti, per città che cambiavano padrone come si cambia una veste sporca, per numeri che un cronista avrebbe scritto in una riga sola, e che a scriverli uno per uno non sarebbe bastata una vita. Dentro le mura, Siracusa aveva imparato a misurare il tempo non più in albe ma in notizie: quella di ieri, quella di oggi, quella che sarebbe arrivata domani da qualche parte dell’isola dove nessuno, un anno prima, si sarebbe aspettato che si decidesse il proprio destino.

Archimede, per quanto dipendeva da lui, aveva mantenuto invitti se stesso e la città. Così, molti anni dopo, l’avrebbe scritto chi raccoglieva le vite degli uomini illustri: Archimede dunque, essendo tale, mantenne invitti se stesso e la città — per quanto dipendeva da lui.1 Era una frase onesta, ed era anche crudele, perché ammetteva, nello stesso respiro in cui lo lodava, che restava un margine — vasto, ostile, indifferente alla geometria — che non dipendeva da lui affatto.

Quel margine aveva un nome, ed era la Sicilia intera. Nel corso dell’assedio Marcello prese Megara, una delle più antiche città di Sicilia; prese anche l’accampamento di Ippocrate presso Acrille, e vi uccise più di ottomila uomini, piombando su di loro mentre gettavano il vallo.2 Due frasi, un solo respiro del biografo, per un’estate e mezzo di ferro.

Megara cadde per prima, e non fu un assedio ma una punizione: presa con la forza, Marcello la distrusse e la saccheggiò, a terrore di tutti gli altri e soprattutto dei Siracusani.3 Non gliene importava della città in sé — una delle più antiche dei Siceliani, che aveva visto nascere e morire dinastie quando Roma era ancora un villaggio di pastori sul Tevere — ma del messaggio che le sue rovine avrebbero portato fino alle porte di Siracusa: guardate cosa succede a chi resiste.

La notizia arrivò in città la sera stessa, portata da un pescatore che sulle prime aveva scambiato il fumo per un tramonto in anticipo. Nel cortile di Archimede arrivò più tardi, portata da nessuno in particolare, e non spostò di un dito la mano che rastrellava la sabbia.

Poi fu la volta di Acrille, e lì la punizione ebbe un volto: quello di Ippocrate, braccato più che comandante, che cercava di mettere in salvo ciò che gli restava dell’esercito dietro un vallo di terra. Ma un vallo si scava con le mani e con la schiena piegata, non con la spada sguainata; e fu proprio mentre scavavano, sparsi e incustoditi come uomini che credono di avere ancora tempo, che Marcello li trovò. Trovatili, mentre ponevano il campo, disordinati e sparsi, e per lo più disarmati quanti erano fanti, li circondò; la cavalleria, dopo un breve scontro, fuggì con Ippocrate ad Acre.4 Disarmati non per viltà, ma perché un uomo che scava non impugna insieme la vanga e la spada. Ippocrate si salvò a cavallo; i suoi fanti restarono nella terra che stavano ancora smuovendo per proteggersi, diventata all’improvviso la prima delle loro fosse.

Più di ottomila. Il biografo lo scrisse come si scrive un totale di magazzino, e forse aveva ragione: dopo il terzo migliaio, anche il dolore diventa aritmetica — la stessa aritmetica, pensava talvolta Archimede quando la notizia gli giungeva addosso come un’ombra passeggera, che lui applicava alla sabbia. Solo che la sua non chiedeva lacrime, e quella no.

Poi il console volse altrove le insegne: percorse gran parte della Sicilia, distolse città dai Cartaginesi, e fu ovunque vittorioso su quanti osarono opporglisi.5 Le città che avevano scommesso su Cartagine tornarono, una dopo l’altra, a scommettere su Roma. Non per amore: per lo stesso motivo per cui un uomo che affoga si aggrappa alla prima trave, perché è lì, ed è dura, e il resto è acqua.

Il console non aveva più l’aria dell’uomo sbarcato due estati prima con le sambuche e gli arieti, certo di prendere Siracusa in un pomeriggio come una qualunque città di provincia. Aveva imparato — gliel’aveva insegnato un vecchio con un compasso, senza volerlo — che si può vincere ogni battaglia e perdere lo stesso la guerra contro il tempo; e ora vinceva battaglie piccole, ovunque, con la pazienza ostinata di chi ha smesso di cercare il colpo che decide tutto e si accontenta della somma di mille colpi minori.

Ma il tempo, si scoprì presto, non risparmiava nessuno — nemmeno chi lo aveva scelto come arma.

Vennero i mesi dell’autunno, e con l’autunno un nemico che nessuna macchina di Archimede avrebbe mai potuto colpire, perché non aveva insegne, non aveva mura, non stava da nessuna parte in particolare per potervi puntare contro una pietra. A questo si aggiunse la pestilenza, male comune a entrambi, che facilmente distoglieva gli animi dai pensieri di guerra.6 Comune: la parola pesava più di qualunque tregua mai firmata sotto quelle mura, perché diceva che per una volta la febbre non distingueva tra chi assediava e chi era assediato.

Il cronista latino, che di solito contava eserciti e non corpi singoli, per quell’autunno si fece quasi medico; e con la stessa mano ferma con cui aveva contato i talenti di pietra scagliati contro le sambuche scrisse ciò che nessuna pietra aveva mai fatto a nessun esercito: cotidianaque funera et mors ob oculos esset et undique dies noctesque ploratus audirentur.7.

Dentro le mura, in un cortile che la guerra non aveva ancora trovato il modo di raggiungere, Archimede riempiva ancora di sabbia il suo cosmo. Ottomila morti ad Acrille erano, per il numero che stava inseguendo, meno di un granello. Meno della millesima parte di un granello. Lo sapeva, e non ne traeva né conforto né orrore: era un fatto, e i fatti — a differenza degli uomini — non chiedono di essere pianti, solo di essere collocati al posto giusto nell’ordine delle grandezze. Continuava a tracciare i suoi ordini di miriadi come se le mura di Siracusa fossero, esse pure, un’ipotesi di Aristarco: così lontane, così ferme, da potersi dare per eterne mentre si calcola quello che sta oltre.

Fu Damone a portargli, quella sera, la temperatura vera della città — quella che nessun console scrive nei dispacci. Tornava dal mercato del Porto Grande8 con le mani vuote: il pesce costava come l’argento, i granai s’erano stretti, e per la prima volta aveva visto scaricare da una nave non soldati ma febbricitanti, distesi come balle di tessuto sul molo, alcuni già coperti fino al viso da chi non aveva più la pazienza di aspettare che smettessero di respirare per farlo.

«Ce n’è di più ogni giorno» disse, posando accanto allo sgabello una brocca che nessuno gli aveva chiesto. «E non sono tutti feriti di spada. Molti bruciano di febbre, e non c’è macchina che li guarisca.»

Archimede alzò lo sguardo dal piano di sabbia il tempo di un respiro. «Quanti?» chiese. Non per pietà: per la stessa fame di cifre che lo teneva chino sul cortile da settimane.

Damone non lo sapeva. Nessuno lo sapeva davvero — ed era proprio questo, pensò il ragazzo senza saperlo dire con tanta chiarezza, il tipo di numero che il suo maestro non avrebbe mai potuto nominare: non perché fosse troppo grande, ma perché cambiava ogni notte, e un numero che cambia non è un numero. È una ferita ancora aperta.

Archimede tornò alla sabbia. Fuori, l’autunno continuava a bruciare eserciti e città con la stessa mano indifferente con cui bruciava il grano nei campi non raccolti, perché non c’era più nessuno, quell’anno, per mieterlo in tempo.

Nessuno, in quella stagione, avrebbe saputo dire quale dei due assedi durasse di più: quello che Marcello conduceva contro le mura, o quello che il tempo conduceva contro tutti, senza distinzione d’insegne, con la stessa mano che aveva svuotato Megara e riempito le fosse di Acrille. Solo uno dei due, però, aveva un uomo che continuava, ogni giorno, a contarne l’estensione un granello alla volta. Come se contare fosse un modo di resistere; come se un numero, una volta scritto, non potesse più andare perduto — a differenza di una città, di un esercito, di un corpo lasciato insepolto perché nessuno aveva più la forza di piangerlo secondo il rito.

Tre righe: a tanto si sarebbe ridotta, alla voce «Siège», un’intera stagione — Megara distrutta, Acrille vinta, «gran parte della Sicilia sottomessa». Tre righe per ottomila uomini e per una febbre che aveva smesso di contare i propri morti uno per uno. Del pomeriggio che Archimede impiegò, quella stessa settimana, a dimostrarsi che l’ordine successivo di miriadi si scriveva con una sola lettera in più, il dizionario non avrebbe saputo nulla: di spazio, per un pomeriggio, i dizionari non ne hanno mai. Eppure fu quel pomeriggio, e non Acrille, la sola cosa di quell’autunno che ci è arrivata intatta.

Fuori, la Sicilia cambiava bandiera, città dopo città, e i morti si accumulavano in due eserciti che avevano smesso di essere nemici solo davanti alla febbre. Dentro, la sabbia aspettava di essere contata fino in fondo. Nessuno dei due, quell’autunno, immaginava quale delle due pazienze si sarebbe esaurita per prima — né che a decidere la sorte di Siracusa non sarebbe stata né l’una né l’altra, ma una festa, e una porta lasciata aperta un’ora di troppo.