L'Arenario
IT EN
Parte III — La Festa

III.2 Il tradimento e la festa

Ascolta · 1 / 11
III.2 · Il tradimento e la festa (1/11)
0:00 / 0:52

La città, ormai, misurava il tempo non più in giorni ma in abitudini sopravvissute: il pane che tornava ogni mattina sui banchi dell’Acradina, le vedette che si davano il cambio senza più aspettarsi nulla, i bambini che avevano imparato a giocare dentro le latomie come in una casa qualunque. Il vecchio re era morto da due inverni, il nipote che gli era succeduto durato meno di un anno, e il governo della città era passato nelle mani di uomini che avevano scelto Cartagine contro Roma — una scelta che si paga, prima o poi, con un assedio. Diciotto mesi ne avevano insegnato una, alla città: che l’assuefazione è più forte della paura, e che si può imparare a dormire accanto al proprio assassino, purché l’assassino resti fuori dalle mura.

Fu in una di quelle notti quasi tranquille che le vedette romane presero, mentre tentava di forzare il blocco del porto, un certo Damippo, uno spartano1 — di mezza età, ambasciatore o soldato di ventura o le due cose insieme, mandato a tenere viva l’illusione che Sparta non avesse dimenticato la sua colonia più lontana. Non era nessuno, per la storia grande. Ma la storia grande, quella settimana, entrò a Siracusa dalla porta più piccola: un prigioniero da riscattare.

I Siracusani volevano indietro il loro spartano — non per amore di Damippo, probabilmente, ma perché ogni ostaggio è un pretesto per parlare col nemico senza dover ammettere di volerlo fare — e mandarono ambasciatori a trattare il prezzo. Marcello, che pure comandava un esercito e un assedio che si logorava di malattia e di noia non meno dei Siracusani, trovò il tempo — trovò, si direbbe, il gusto — di presenziare lui stesso a quei colloqui, più volte, sotto un tratto di mura dove i due eserciti si erano ormai abituati a incontrarsi come vicini di casa scortesi. Un console che scende a mercanteggiare un prigioniero di poco conto è, di per sé, già una stranezza. Nessuno, tra i Siracusani che vi andavano a parlamentare, se ne stupì abbastanza.

Forse perché Marcello, a Siracusa, non era del tutto un estraneo. Per cinquant’anni la città aveva avuto in Roma un’amica fedele, finché il vecchio re era vissuto: cinquant’anni di grano spedito nelle carestie, di navi prestate, di ambascerie cortesi, di un’alleanza tenuta insieme non da un trattato ma dalla parola di un solo uomo. Marcello aveva conosciuto quell’uomo. Aveva mangiato al suo tavolo, prima che la corona passasse a un nipote che l’aveva buttata via in pochi mesi come un giocattolo troppo grande per le sue mani. Trattare un riscatto sotto quelle stesse mura, e intanto misurarle per aprirle di nascosto, doveva avere per lui un sapore che nessuno dei suoi ufficiali avrebbe saputo nominare — non vergogna, non ancora, ma qualcosa di molto vicino.

Perché Marcello, mentre parlava di riscatti, guardava altro. Osservò con cura una torre malguardata, capace di accogliere uomini di nascosto, col muro accanto facile da scalare2. Una torre come tante, corrosa dal salino, con un muro accanto che qualcuno, generazioni prima, aveva giudicato troppo scomodo da scalare per meritare una guarnigione vera. Colloquio dopo colloquio, senza fretta — perché il tempo lavora sempre per chi assedia, mai per chi è assediato — l’altezza, dal frequente avvicinarsi e conversare presso la torre, fu calcolata bene3. E nel campo romano, in silenzio, senza che nessuna vedetta siracusana pensasse di chiedersi perché quei colloqui si ripetessero tanto, furono preparate le scale4. Scale. Della misura esatta. In attesa soltanto di una notte abbastanza distratta da tutta la città insieme.

La notte arrivò con un nome e una scusa: Artemide. La dea della caccia e delle cose selvatiche, quella che non si lascia possedere, aveva il suo giorno anche in una città sotto assedio — forse specialmente in una città sotto assedio, perché nessun popolo desidera la libertà con più violenza di uno che non ce l’ha più. Sull’isola di Ortigia, dove la fonte di Aretusa sgorgava dolce a un passo dal mare salato — il tanto conosciuto mito di Alfeo ed Aretusa5 ricordava a chiunque volesse ascoltarlo che anche l’acqua più pura porta dentro di sé la memoria di un inseguimento — i sacerdoti avevano acceso i bracieri fin dal tramonto. Le vie dell’Acradina e di Tica si riempirono di torce e di vino annacquato male; sui gradini dei templi qualcuno ballava con quella goffaggine felice di chi ha smesso, per una notte, di contare i giorni che restano. Nei portici si vendeva pesce arrostito e pane bianco, quello vero, quello che da mesi si vedeva solo nei sogni dei bambini; qualcuno aveva persino trovato il miele. Le madri portavano le figlie a offrire ghirlande all’altare, e le figlie, per una notte, non pensavano ai fratelli sulle mura ma ai giovani che le guardavano ballare.

Nella bottega di Archimede, dove per mesi si erano forgiate le mani meccaniche che sollevavano le navi romane fuori dal mare come giocattoli, il giovane Damone posò gli attrezzi e uscì a bere con gli altri. Aveva vent’anni e la schiena già segnata dalle corde degli argani; per una sera volle essere soltanto un ragazzo di Siracusa, non l’apprendista del più grande ingegno del mondo. Il vecchio non venne alla festa. Non veniva mai. Le feste degli uomini, diceva, erano un modo elaborato per smettere di pensare; e lui, quella notte come tante altre, restò chino sulla sabbia del cortile, a inseguire un numero che nessuno, tra quelli che ballavano fuori, avrebbe saputo nemmeno nominare.

Damone lo adorava, quel vecchio, con la devozione un po’ irritata di chi ha scelto di servire qualcosa più grande di sé e non riesce mai del tutto a perdonarglielo. Gli doveva le mani che aveva — mani che sapevano tendere un cavo, calibrare un contrappeso, leggere un diagramma inciso nella cera senza capirlo fino in fondo e costruirlo lo stesso, perfetto. Non gli doveva, però, quella distanza: la capacità di Archimede di stare in una città che bruciava come se la città fosse un rumore di fondo, e i suoi cerchi l’unica cosa reale. Damone non sapeva stare così. Aveva bisogno del vino, della ragazza che gli rideva vicino, del rumore della festa per credere ancora che valesse la pena difendere qualcosa. Forse — pensò, con la lucidità breve che il vino a volte regala prima di toglierla — era proprio per questo che serviva a un uomo come Archimede: perché qualcuno doveva restare nel mondo dei sensi, mentre il vecchio abitava altrove.

Ippocrate, che della città ormai governava più di ogni altro, quella settimana aveva altro a cui pensare: Appio Claudio spingeva le sue forze di terra contro i quartieri esterni con una regolarità che sembrava fatta apposta per stancare l’attenzione, un assalto finto qui, una scaramuccia là, mai abbastanza per allarmare, sempre abbastanza per occupare ogni vedetta disponibile altrove. Ippocrate fece raddoppiare le guardie sulle mura più esposte e considerò il proprio dovere assolto. Non pensò all’Esapilo, né alla torre malguardata presso cui, da settimane, un console romano andava a contrattare un prigioniero di poco conto. Perché avrebbe dovuto? Era una torre di poco conto, in un tratto di mura di poco conto, sorvegliata quella notte da uomini che avevano il vino in corpo e la festa negli occhi, e guardavano più spesso le torce dei templi che il buio del campo nemico.

La festa che aspettava venne. ἑορτὴν Ἀρτέμιδι τοὺς Συρακουσίους ἄγοντας καὶ πρὸς οἶνον ὡρμημένους καὶ παιδιὰν παραφυλάξας6 — i Siracusani che celebravano Artemide, dati al vino e al gioco — e Marcello diede l’ordine. Le scale, della misura esatta, salirono contro la torre malguardata nel silenzio più assoluto che un esercito sappia produrre. Senza essere notato, occupò non solo la torre7. Un uomo dopo l’altro, senza un grido, senza un cozzare di bronzo contro pietra — perché la guerra, quando vuole, sa essere silenziosa quanto una dimostrazione.

Poi il resto, prima ancora che il cielo sopra le Epipoli cominciasse a schiarire: riempì tutt’intorno le mura di armati prima che si facesse giorno, e tagliò attraverso l’Esapilo8. Le Sei Porte — l’Esapilo, la cerniera fra la città bassa e le Epipoli9 che nei trattati di topografia occupano un paragrafo con un numero, un capitolo con un titolo — quella notte non furono un paragrafo. Furono un buco nel buio attraverso cui passò, senza rumore, la fine di una libertà che i siracusani, come tutti quelli che sono liberi da abbastanza tempo da dimenticare come ci si diventa, avevano smesso di considerare fragile.

Le torce di Artemide bruciavano ancora quando le mura più antiche di Siracusa cambiarono padrone. Nei templi si ballava. Nella bottega di Archimede uno stilo grattava ancora la cera, inseguendo un numero che non aspettava nessuna città. Damone, da qualche parte tra la folla, rideva di qualcosa che avrebbe dimenticato prima dell’alba. E la città intera — bella, ubriaca, distratta, innamorata della propria dea della caccia — non sapeva ancora, in quello stesso momento, di essere diventata la preda.