III.3 Il sacco
Le città viste dall’alto, all’alba, hanno tutte la stessa aria innocente: sembrano non sapere ancora ciò che è già stato deciso per loro.
Marcello lo sapeva, e per questo non riusciva a goderne.
La città era caduta nella notte della festa di Artemide, come si è detto: non per assedio ma per un calcolo fatto durante una trattativa sul prezzo di uno spartano. L’Acradina1, la più grande e la più bella delle sue contrade, era passata di mano prima che facesse giorno.
E adesso era l’alba, e attraverso le Esapili Marcello scendeva2 dentro la città che era sua.
I suoi ufficiali lo accompagnavano felicitandosi — con lui, per lui, e un poco per sé stessi: la guerra più lunga della loro carriera si chiudeva quella mattina in una discesa tranquilla, senza spade sguainate, come si scende in una casa di cui si ha già la chiave. Marcello si fermò. Si voltò verso l’alto, verso le Epipoli3 da cui erano venuti, e guardò indietro la città che aveva appena finito di conquistare.
Avendo guardato dall’alto e considerato la grandezza e la bellezza della città, pianse a lungo4, impietosito dal destino che la aspettava, pensando quanto la sua forma e il suo aspetto sarebbero mutati in breve tempo, dopo che il suo esercito l’avesse saccheggiata5.
Nessuno dei suoi ufficiali osò dirgli che era strano. Nessuno di loro aveva mai visto un generale piangere sulla propria vittoria, e nessuno lo avrebbe rivisto — ma tutti, quella mattina, scelsero in silenzio di non ricordarlo. Un generale che piange è un generale che dubita, e un esercito accampato da due anni sotto mura ostili non ha bisogno di un condottiero che dubiti. Ha bisogno di un condottiero che abbia già deciso che cosa fare della città, ora che è sua.
Molti dei suoi ufficiali chiedevano di bruciarla. Nessuno osò opporsi apertamente alla pretesa dei soldati di arricchirsi col saccheggio — questo Plutarco non lo addolcisce — ma alla proposta del fuoco Marcello non cedette affatto. Lasciò correre, quasi contro voglia, quel che non poteva impedire: concesse che ci si arricchisse di beni e di schiavi, ma vietò di toccare i corpi liberi, e ordinò che nessun Siracusano fosse ucciso, oltraggiato o reso schiavo6. Le cose, sì; gli uomini, no.
Era una linea sottile, tracciata con la stessa freddezza con cui Archimede tracciava le sue nella sabbia — solo che qui la geometria dell’ordine correva tra i corpi e le cose, e lasciava che le cose cadessero da un lato mentre i corpi restavano, intatti, dall’altro. I Siracusani vivi non sarebbero stati né venduti né uccisi né oltraggiati. Le loro case, i loro templi, il loro oro — quelli sì, erano già merce, dal momento in cui le Esapili s’erano aperte nel buio. Marcello non poteva salvare tutto. Aveva scelto di salvare gli uomini e di lasciare che si prendesse ciò che gli uomini possedevano, come se una città potesse essere spogliata di ogni cosa tranne che di sé stessa.
Ma anche questo era un modo di dire addio. Una città non è mai soltanto i corpi che la abitano: è anche le sue cose, la sua superficie, il modo in cui la luce batte su un portico che nessun altro portico al mondo possiede. Salvare gli uomini e abbandonare le cose voleva dire salvare Siracusa, e insieme ammettere che la Siracusa pianta poco prima, dall’alto, non sarebbe sopravvissuta lo stesso.
Per giorni il bottino uscì dalle porte come sangue da una ferita che nessuno vuole guardare. Si dice infatti che non fu minore la ricchezza portata via allora da Siracusa di quella che, più tardi, si portò via da Cartagine7 — la stessa somma, quasi, di due secoli di potenza greca e di potenza punica, caricata sulle stesse navi che un tempo erano venute a commerciare, non a spogliare.
Non tutta la città era ancora caduta. Restava Ortigia8, l’isola dentro l’isola, dove il vecchio Ierone aveva avuto il suo palazzo e dove ancora resisteva un presidio: sarebbe caduta anch’essa, ma non per forza d’assedio: si costrinsero a saccheggiare anche il resto della città, presa poco dopo per tradimento, tranne i tesori regi: questi furono riservati all’erario pubblico9. Persino i re, si direbbe, restano proprietà dello stato anche da morti.
Ma quella mattina Ortigia era ancora intatta, e da dove si trovava — sceso ormai quasi fino al Porto Grande — Marcello poteva vederla intera, stretta nel suo doppio abbraccio d’acqua, così come la descrivevano quelli che l’avevano visitata prima della guerra: una città tanto grande da sembrare fatta di quattro città grandissime10 — e di quelle quattro, l’Isola era la prima e la più antica, dove sorgeva ancora, tra i templi, una fonte d’acqua dolce chiamata Aretusa, di grandezza incredibile, piena di pesci11.
Marcello non conosceva quella fonte se non per fama. Sapeva soltanto che era ancora libera, ancora intera, e per un istante — un istante che i suoi ufficiali non videro, perché guardavano già altrove, verso il bottino — invidiò all’acqua la sua indifferenza.
Decise, in quell’istante o in uno molto simile, che cosa fare delle pietre, ora che aveva già deciso degli uomini: risparmiò tutti gli edifici, pubblici e privati, sacri e profani, come se fosse venuto con l’esercito a difenderli, non a espugnarli12. Non tutto, però, restò dov’era. Le statue più esatte, i quadri più belli — quelli che generazioni di tiranni raffinati avevano raccolto per fare di Siracusa la città più fastosa di Sicilia — presero la via del mare, verso Roma: ciò che fu portato a Roma lo vediamo ancora presso il tempio dell’Onore e della Virtù, e in altri luoghi13. Molto, però, restò dove sempre era stato: a Siracusa lasciò moltissime opere insigni; nessun dio violò, nessuno toccò14.
Non tutti i romani avrebbero fatto lo stesso. Quello stesso anno Fabio Massimo prese Taranto e non toccò le sue statue, lasciando ai suoi soldati una frase che sarebbe sopravvissuta più a lungo di lui: lasciamo ai Tarentini questi dèi nella loro collera15, aveva detto. Marcello, quella mattina, non pensava ancora né a Fabio né ai critici che un giorno lo avrebbero accusato di aver fatto sfilare anche gli dèi come prigionieri. Pensava — per quanto un uomo a cavallo dopo una notte insonne possa pensare — che una città non gli era mai appartenuta del tutto finché non l’aveva vista intera, dall’alto, un solo istante, prima di cominciare a smontarla pezzo per pezzo.
Chiese, quella mattina o una molto vicina, se in città vivesse ancora un certo geometra di cui si favoleggiava persino a Roma — un vecchio che sapeva muovere navi con un dito solo. Non per clemenza soltanto: forse per la stessa invidia provata davanti alla fonte che non aveva mai visto, l’invidia di chi comanda eserciti per un uomo che comandava soltanto cerchi. Si dice infatti che egli stesso avesse cercato quell’Archimede, uomo di sommo ingegno e sapere, e che, quando seppe che era stato ucciso, la prese molto duramente16. Ma questo — quel seppe, quel la prese molto duramente — apparteneva ancora al futuro.
Quella mattina Marcello sapeva soltanto che la città più bella di Sicilia era sua, che aveva pianto per averla, e che in qualche cortile all’ombra, dietro mura che aveva appena finito di violare, qualcuno stava probabilmente ancora disegnando come se nulla fosse cambiato.
Non aveva torto.