IV.1 Il cerchio
Una figura piana terminata da un’unica linea curva, i cui punti sono ugualmente distanti dal centro. Questo il compilatore lo scrive in un rigo, e ha ragione, come sempre ha ragione chi misura le cose da fuori. Non scrive quanto tempo serva, quando la mano trema appena e la sabbia sotto le dita è quella giusta, a tracciarne uno perfetto — né che quella mattina, ad Acradina1, l’ultimo quartiere della città ancora in piedi, Archimede ne stava tracciando uno che nessuno avrebbe mai visto finito.
Non aveva sentito nulla. Non le grida dal porto, non lo scricchiolio dei tetti di paglia della Neapolis, non le trombe romane che da ore ormai richiamavano a raccolta un esercito che aveva vinto senza ancora saperselo dire. Si trovava, per conto suo, a esaminare un problema per mezzo di un diagramma; e avendo dato insieme, alla contemplazione, tanto il pensiero quanto lo sguardo, non si accorse dell’irruzione dei Romani né della presa della città2. Non se ne accorse.
Non sapremo mai quale fosse il problema. Forse una spirale, forse il rapporto fra due solidi, forse soltanto — e sarebbe stata la cosa più sua — un cerchio che doveva tornare a essere se stesso dopo una catena di passaggi che nessun altro, a Siracusa, avrebbe saputo seguire. Il piano di sabbia era lo stesso, o uno identico a quello, su cui anni prima aveva domato i granelli dell’universo per un re bambino ormai adulto e già seppellito. La mano tracciava, cancellava con il palmo, ritracciava. Gli occhi, vecchi, si erano fatti pigri per tutto tranne che per quello. Non importa quale fosse il problema. Importa che fosse aperto, e che un problema aperto, per lui, pesasse più di una città che gli ardeva intorno senza che lui ancora lo sapesse.
Era, quella, anche una mattina di festa — la città avrebbe dovuto essere piena di canti per Artemide, non di fumo. Forse era per questo che il fragore gli era arrivato ovattato, scambiato per baldoria e non per rovina: un tamburo vale l’altro, finché non se ne distingue la ragione. Chi vive chino su un cerchio non alza la testa per un rumore soltanto perché è forte. La alza per un rumore che significa qualcosa. E quello, quella mattina, non significava ancora nulla, per lui.
Poi un’ombra si posò sulla sabbia, e non era la sua. Un soldato romano — giovane, l’armatura ancora sporca della corsa attraverso i quartieri già caduti — gli si fermò sopra, ordinandogli di seguirlo da Marcello3. Archimede alzò appena gli occhi dal diagramma. Non riconobbe la lingua: non l’attico levigato dei libri, non il dorico dell’isola in cui pensava fin da bambino — un latino da caserma, secco, fatto apposta per essere obbedito e non capito. Rispose comunque, nell’unica lingua che gli restava addosso in quel momento, che era poi la lingua di tutta la sua vita: chiese ancora un istante.
Il mondo, molto più tardi — quando Archimede sarebbe stato morto già da secoli e la sua bottega di Acradina un campo arato — avrebbe voluto per quel momento una battuta memorabile, e gliel’avrebbe cucita addosso come un vestito buono per il funerale: μή μου τοὺς κύκλους τάραττε4. Undici sillabe, cesellate come uno dei suoi teoremi. Nessuno fra gli storici che toccarono quella mattina — non Polibio, non Cicerone, non Plutarco stesso, che pure raccolse la scena da testimonianze più vicine ai fatti di quante ne avesse lui — la riporta. Compare secoli dopo, nella bocca di copisti che avevano bisogno di un eroe più elegante di quello vero. È bellissima. È falsa. O meglio: è vera come sono vere le leggende, che dicono ciò che i fatti intendevano dire, senza il coraggio di dirlo fino in fondo.
Plutarco, che scrisse centoquarant’anni dopo raccogliendo testimonianze già invecchiate, non scelse fra le versioni che gli erano arrivate. Le mise una accanto all’altra, come tre monete di conio diverso trovate nello stesso scavo, e lasciò al lettore l’imbarazzo — o forse la libertà — di sceglierne una.
La prima: non volle andare prima di aver portato a termine il problema e condotto la dimostrazione al suo termine; e quello, adiratosi, sguainò la spada e lo uccise.5 Un rifiuto. Una collera. Una spada che esce dal fodero perché un vecchio, in un cortile, ha osato preferire un cerchio a un ordine.
La seconda, più mite e per questo più crudele: lo vide venire con la spada già sguainata, pronto a ucciderlo subito, e lo pregò — lo supplicò — di attendere un breve istante, per non lasciare la ricerca incompiuta e non dimostrata; ma quello, senza darsene pensiero, lo finì.6 Qui non c’è più nemmeno un rifiuto: c’è una supplica. L’unica cosa che Archimede avesse mai chiesto a un uomo con la forza in mano era un istante. Non gliel’hanno concesso.
La terza non ha nemmeno una collera da raccontare: mentre portava a Marcello alcuni dei suoi strumenti matematici — orologi solari, sfere, squadre — dei soldati lo incontrarono e, credendo che portasse oro nella cassetta, lo uccisero.7 Nessuno sguaina niente per un principio, in questa versione. Lo sguainano per una cassa di legno che pesava quanto pesano il rame e il vetro, e che qualcuno scambiò per il tesoro reale, già saccheggiato quella stessa mattina.
Tre uccisori. Tre moventi — la collera, l’indifferenza, l’avidità — che sono poi i tre modi in cui il mondo ha sempre saputo disfarsi di ciò che non capisce del tutto. Concorde, delle tre versioni, resta solo la spada.
Marcello, prima ancora che l’assalto cominciasse, aveva dato un ordine preciso ai suoi ufficiali: la città si poteva prendere, saccheggiare, punire; quel vecchio no. Lo voleva vivo, lo voleva intatto, lo voleva — si può immaginare — seduto un giorno alla sua tavola a spiegargli, con quella pazienza un po’ distratta che solo i grandi maestri concedono ai potenti, come avesse fatto a muovere una nave con una mano sola. Era l’unico bottino di Siracusa che avesse davvero desiderato: non l’oro del tesoro reale, non le statue che i suoi legati stavano già inventariando per Roma, ma un vecchio e la sua sabbia.
A Marcello, quando gli dissero che l’ordine non era stato eseguito, non importò quale delle tre versioni fosse vera. Importò soltanto che l’unico bottino di Siracusa su cui avesse davvero contato gli era stato tolto prima che potesse averlo — e che nessun saccheggio, per quanto ricco, avrebbe colmato quella singola perdita. Il dolore vero — e ciò che quel dolore gli avrebbe fatto fare nelle ore seguenti — apparteneva già al giorno dopo. Quella mattina, ad Acradina, restava soltanto la spada — e ciò che la spada non aveva saputo di uccidere.
Anni prima, sotto le mura, mentre le sue navi venivano sollevate dall’acqua da bracci di legno e ricadevano in pezzi, Marcello aveva scherzato coi suoi ingegneri chiamando Archimede con un nome che sarebbe rimasto: τὸν γεωμετρικὸν τοῦτον Βριάρεων … ὃς τὰς μὲν ναῦς ἡμῶν καθίζων πρὸς τὴν θάλασσαν παίζων μετ' αἰσχύνης ἐκβέβληκε8. Non un uomo: un mostro dai cento bracci, fatto di corde e travi. Tutti gli altri siracusani, avrebbe scritto ancora Plutarco, σῶμα τῆς Ἀρχιμήδους παρασκευῆς ἦσαν, ἡ δὲ κινοῦσα πάντα καὶ στρέφουσα ψυχὴ μία9
Ecco l’epitaffio che il mondo aveva già scritto per lui, un anno prima ancora che morisse: non il geometra, ma l’anima delle macchine. Non l’uomo che aveva mandato a un re bambino il numero dei granelli dell’universo, ma il Briareo dai cento bracci che affondava le navi con la sola mano. La tragedia, quella mattina ad Acradina, non fu che un soldato lo uccidesse. Fu che il mondo avesse già deciso, prima ancora del colpo, per che cosa lo avrebbe ricordato — e non era per i cerchi.
Il diagramma restò nella sabbia, incompiuto, dove lo aveva lasciato. Nessuno, quel giorno, si chinò a contarne i punti, né a chiedersi che problema fosse. Un cerchio interrotto a metà non è più un cerchio: è solo un arco che aspetta una mano che non sarebbe tornata. Restò lì finché il vento, o un passo di soldato indifferente al suo peso, non lo cancellò — come si cancella tutto ciò che, agli occhi di chi vince, non pesa nulla.
Il compilatore, quando arriverà — secoli dopo, in un’altra lingua, sotto un’altra lettera dell’alfabeto — a scrivere la voce «CERCLE», non saprà che quella mattina una definizione ebbe per un istante un corpo. Scriverà: figura piana terminata da un’unica linea curva, i cui punti sono ugualmente distanti dal centro. Avrà ragione, come sempre l’ha chi misura da fuori. Non dirà che il centro, quella volta, si chiamava Archimede, e che i punti ugualmente distanti da lui — nella sabbia di Acradina, in una mattina di festa diventata rovina — erano tre soldati, tre racconti, e una sola spada.